Malak Hifni Nasif, una femminista araba del Novecento

malakMalak Hiifni Nasif (1886-1918) giornalista e scrittrice nazionalista egiziana, fu una delle pioniere del femminismo arabo musulmano. come per le altre femministe dell’epoca , anche lei riteneva che l’istruzione fosse la priorità nel percorso di liberazione delle donne. La cosa più importante era dare alle donne un’istruzione adeguata e poi lasciare

“[…] che sia la donna a decidere ciò che convenga di più a lei stessa e alla nazione”[1].

L’emancipazione doveva giungere da una libera scelta delle donne arabe e musulmane stesse, e non dall’imitazione di modelli occidentali o dal suggerimento dei “maschi femministi”. Situato tra tensioni e contraddizioni di un Egitto travolto da ondate di nazionalismo, riforma islamica, e occidentalizzazione, il femminismo “autoctono” della   Nasif  fornisce una lente “attraverso cui esaminare il rapporto tra femminismo e l’impresa coloniale all’inizio del ventesimo secolo. Proveniva da una famiglia borghese e da genitori colti. Il padre, giurista e poeta, era stato studente di Jamal al-Din al-Afghani all’Università di Al Azh’ar. Malak fu nel 1900 una delle prime diplomate della scuola femminile Saniyya al Cairo e ricevette la laurea magistrale nel 1903, per fare poi l’insegnante fino al 1907, quando  cominciò a scrivere per il giornale  liberale nazionalista al-Jarida, una nuova pubblicazione fondata da Ahmad Lutfi al-Sayyid, uno dei fondatori del Partito della Ummah. Per al-Sayyid Lutfi e il suo partito, il femminismo “era una parte essenziale del vero nazionalismo”. [2] Questa combinazione di nazionalismo e femminismo è stata importante per la formazione del suo pensiero. Nel 1907 si sposò e  si trasferì a Al Fayumm, a sud del Cairo, ai confini del deserto.Qui, affascinata dalla bellezza dei luoghi, adottò lo pseudonimo di al-Bahithat Badiyah (Colei che cerca nel deserto)  e cominciò regolarmente a scrivere articoli e dal 1909 a tenere lezioni e discorsi alle donne, su istruzione, lavoro, segregazione femminile, matrimonio e poligamia.[3] 

Uno di questi dice: “Signore, vi saluto come una sorella che sente quello che sentite, che soffre quello che soffrite e gioisce di ciò di cui voi gioite … recriminazioni da parte di entrambi,  uomini e donne, sono all’ordine del giorno. Chi è nel giusto? … Gli uomini ci incolpano della nostra ignoranza, data dall’educazione povera e un’istruzione approssimativa, mentre noi diamo responsabilità di ciò proprio alla prepotenza degli uomini e al loro orgoglio virile. Questa colpa reciproca che ha reso profondo l’antagonismo tra i sessi è una cosa da deplorare e temere … Gli uomini affermano categoricamente : ‘Voi donne siete  state create per la casa e noi siamo stati creati per essere capofamiglia.’ È questo un ordine dato da Dio? Come possiamo accettare questa affermazione che nessun libro sacro ha dichiarato?

[…]Dopo lunghi secoli di schiavitù dagli uomini, le nostre menti e i nostri corpi sono arrugginiti, indeboliti. È giusto che ci accusino di essere state create più deboli di loro nella mente e nel corpo? … Gli uomini ci incolpano delle eventuali carenze che può avere la nostra educazione, ma in realtà la debolezza della nostra educazione è la loro colpa. L’apprendimento e l’educazione sono due cose separate – solo nella religione sono collegati. Ciò è dimostrato dal fatto che molti uomini e donne che sono ben istruiti sono privi di morale[…]

Non  è l’istruzione che ha rovinato il morale delle nostre ragazze, ma lo ha fatto la povertà della loro educazione, che è il dovere della famiglia e non della scuola. Se non riuscissi a trovare nessuno oltre ad un uomo a farmi da insegnante, dovrei optare per l’ ignoranza, oppure svelarmi di fronte a quell’uomo insieme alle mie sorelle per fare si che vengano educate? Niente può costringermi a svelarmi in presenza del docente. Sono in grado di rimanere velata e beneficiare anche così del maestro […] La carcerazione  in  casa della donna egiziana del passato è dannosa, mentre la libertà attuale degli europei è eccessiva”[4].

Il discorso pare quanto mai attuale un secolo dopo, visto che in Francia nel 2004 una legge ha proibito l’esibizione di simboli religiosi (nella fattispecie il velo islamico) nelle scuole pubbliche, causando il ritiro dalla scuole di molte ragazze musulmane o drastiche reazioni, come la rasatura dei capelli; la Francia inoltre è stato il primo Paese europeo a vietare il velo con il niqab negli spazi pubblici in quanto “contrario ai principi repubblicani”, con  multe fino a 30 mila euro, il carcere e “stage di cittadinanza” per le donne incriminate.  [5]. Tuttora in Francia si  pone il problema delle gonne lunghe alle studentesse musulmane già svelate, che vengono espulse da scuola in seguito a interpretazioni estensive della legge del 2004.  Il dibattito sul velo è ancora su tutti media del apese. Ancora oggi in Europa, e anche in Italia, il velo viene considerato un simbolo di sottomissione tout court e nemmeno femministe ed antropologhe riescono a coglierne la complessità, o a riconoscerne il valore assunto quando lo si indossa liberamente, tanto è radicato il pregiudizio eurocentrista.

Malak Hifni Naseef ha tracciato una via egiziana e musulmana di femminismo, formulando un programma di riforma della società senza  accettare passivamente le norme europee imposte dall’autorità coloniale, ma non ottenne risultati. Nel 1911 presentò all’Assemblea legislativa egiziana   (tutta maschile) un elenco di dieci proposte per migliorare la condizione delle donne, che furono tutte respinte. Nell’esaminare queste questioni nelle sue opere vediamo come elementi diversi siano confluiti e utilizzati nel discorso della sua esperienza coloniale femminista. Innanzitutto l’elemento europeo nel suo pensiero non è rigettato a priori, piuttosto è visto come un’utile ispirazione, stimolo al confronto, e, quando necessario all’ opposizione. In secondo luogo, dimostra che il problema centrale delle riforme cercate dal suo femminismo musulmano non sono state realmente l’ occidentalizzazione o una accettazione senza riserve della”modernità” piuttosto che la  tradizione, ma l’imposizione del potere da parte del patriarcato, sia esso indigeno o coloniale. Per questi motivi appare evidente perché alcuni elementi del suo programma femminista siano rimasti sullo sfondo mentre altri sono venuti in primo piano. Per  Malak le questioni locali di istruzione, diritto di famiglia, e potere sociale e politico, legati alle varie forme di autorità patriarcale, sono  tenute in maggiore urgenza rispetto a quelle che lei considera emerse e condizionate dal confronto con l’egemonia culturale europea, ad esempio la questione del velo (che ricordiamo in questo periodo in Egitto era indossato dalla gran parte delle donne in maniera integrale, con il niqab)[7], e su cui altre femministe sono agguerrite, mentre lei è di altro avviso. In quella che Nasif ha definito come la “guerra tra i conservatori e liberali sul tema del velo”, ella ha preso una posizione intermedia. Considerando i diversi aspetti del problema, ha sempre difeso le donne che vogliono obbedire ai precetti religiosi e conservare il proprio pudore, e respinto l’idea che le donne egiziane dovrebbe svelarsi semplicemente per essere più simili alle donne europee.  Disse a questo proposito:

“Se seguiamo in ogni cosa  gli occidentali staremo distruggendo la nostra civiltà, e  un popolo senza una civiltà è indebolito e senza dubbio destinato a  svanire …Come risultato, “perderemo il nostro senso di identità (qawmiyya) con il passare del tempo .”

Consapevolmente radicata nei principi di Adhab (costumi e comportamenti) e Akhlaq (moralità), ha sostenuto decisamente l’importanza del messaggio dell’Islam nella sua richiesta di liberazione delle donne. Ha più volte affermato che la segregazione non sarebbe scomparsa con l’eliminazione del velo, ma con la pari opportunità delle donne nell’accesso all’ istruzione, alle professioni e alla vita pubblica, e in questo ambito il velo avrebbe potuto facilitare l’ingresso delle donne nella società egiziana tradizionalista, che poi avrebbero scelto se indossarlo o no.

Margot Badran ha sostenuto che, nei primi anni del movimento, il velo semplicemente non era una priorità  per le femministe, alle quali interessava in modo più immediato recuperare funzioni e spazi pubblici. [8]

Nell’Egitto di Malak Nasif non era certamente la priorità, non era il velo ad impedire l’emancipazione delle donne, anche se auspicava che venisse meno l’uso della copertura integrale. PNasif era profondamente consapevole della legittimità che l’abito musulmano conferiva alle donne della sua società. Nel frattempo, criticava fortemente l’idea di completo isolamento e talvolta segregazione che vivevano molte  donne in Egitto, alle quali era imposta la copertura integrale, scomoda e comunque limitata alle rare uscite dalle mura domestiche. Scriveva che esse dovevano

“…essere in grado di godere della natura, dei giardini, e dell’aria aperta in quanto queste cose non sono state create da Dio con una etichetta su cui si legge: “Esclusivamente per gli uomini.” Piuttosto, si chiede un hijab che “non impedisca a noi di respirare aria fresca o andare a comprare quello che ci serve se non c’è nessuno che può acquistare per noi. Il velo non ci deve impedire di essere istruite né deve farci perdere la nostra salute”. La sua posizione è intermedia, tra il desiderio di liberazione e una parziale, rassegnata accettazione di alcuni aspetti del patriarcato che forse parevano inevitabili. La sua missione non era quella di rovesciare l’autorità patriarcale ma piuttosto di contestarlo  al fine di soddisfare le esigenze delle donne egiziane e migliorare le loro condizioni di vita.

Nasif ugualmente detestava i consigli di chi ha invitato le donne a svelarsi come unica via per far diventare il proprio paese “colto” e raggiungere il livello di progresso europeo. Sottolineò le differenze di livello nello sviluppo delle nazioni europee che pure erano“svelate”,chiedendo ironicamente, se il problema era il velo, come mai in Europa ci fossero ancora difficoltà.

A questo proposito, ha polemizzato con i suoi contemporanei che avevano adottato in blocco i valori europei, sostenendo di fatto la colonizzazione. Credeva invece nella possibilità  per i musulmani di integrare ideali e culture come costituzionalismo, libertà di religione, nuovi modelli educativi, diritti delle donne, e trarre da essi nuove forze.

Con gli intellettuali maschi egiziani che hanno discusso la questione a favore delle donne in questi termini, Malak Nasif avviò una forte polemica: ella contestò loro il diritto di dire alle donne quale dovesse essrere il loro cammino di liberazione a partire da come dovevano vestirsi.

 “La maggior parte di noi donne continua ad essere oppressa dall’ingiustizia dell’uomo, che col suo dispotismo decide quel che dobbiamo fare e non fare, per cui oggi non possiamo avere neppure un’opinione su noi stesse. […] Se ci ordina di portare il velo, noi obbediamo. Se ci chiede di toglierlo, facciamo altrettanto”[9].

Tratto da: Marisa Iannucci, Gender Jihad, ed. Il Pontevecchio 2013

[1]  Bahithat al-Badiya [The Searcher of the Desert]. In: Al-Nisa’iyat: Majmu’at maqalat nasharat fi al-jarida fi mawdu’ al-mar’a  al-Misriyya (Discorsi femministi: collezione di articoli pubblicati in Al Jarida, concernenti le  donne egiziane) ed. Multaqa al- Mar’a wa-l-Dhakira, Cairo 1998.

[2] Hourani, Albert Arabic Thought in the Liberal Age, 1798-1939 . Cambridge: Cambridge

University Press. University Press 1983

[3] Bahithat al-Badiya In Al-Nisa’iyat: Majmu’at maqalat nasharat fi al-jarida fi mawdu’ al-mar’a  al-Misriyya . Op. cit.

[4] Scritti da Al-Nisa’iyat: Majmu’at maqalat nasharat fi al-jarida fi mawdu’ al-mar’a  al-Misriyya . Op. cit. si veda a proposito anche  “Opening the Gates, A Century of Feminist Writing,” Margot Badran, Miriam Cooke, editors, Indiana University Press, 1990.

[5] Legge n. 228 del 15 marzo 2004, detta Legge Chirac, che regolamenta, in applicazione del principio di laicità, il fatto di  portare dei simboli o degli abiti che manifestino una appartenenza religiosa in scuole, collèges (scuole medie)  e licei pubblici. L’articolo 1 stabilisce che: «E’ inserito nel codice dell’educazione, dopo l’articolo L. 141-5, un articolo  L. 141-5-1,   così   formulato: E’   vietato,   nelle   scuole,   nei   collèges   e   licei pubblici   portare   segni   o   abiti  mediante   i   quali   gli   allievi   manifestino   in   modo   ostensibile   un’appartenenza   religiosa.   Il regolamento   interno   ricorda   che l’attuazione di una procedura disciplinare è preceduta da un dialogo con l’allievo».

[6] L’utilizzo del velo in Turchia è regolato da una sentenza della Corte Costituzionale del 1989, che ne proibisce l’uso in luoghi pubblici da parte di impiegate o funzionarie dello Stato. Non possono portarlo parlamentari in parlamento, giudici, avvocati e personale amministrativo in tribunale, medici e infermiere negli ospedali e insegnanti a scuola. La norma è estesa anche alle studentesse.

[7] Niqāb è un velo che copre il volto femminile presente nella tradizione araba anche in epoca preislamica. All’inizio del ‘900 era il velo più comunemente usato in Egitto e in generale nel Vicino  Oriente e in Nord Africa, ed è  quello a cui si riferiscono i dibattiti degli intellettuali del tempo.

[8] Margot Badran, The Feminist Vision in the Writing of Three Turn of the Century Egyptian Women. Bulletin, British Society for Middle Eastern Studies 1988

[9] Al-Nisa’iyat: Majmu’at maqalat nasharat fi al-jarida fi mawdu’ al-mar’a  al-Misriyya .

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