Le donne musulmane: corpi e voci resistenti.

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Foto di Marisa Iannucci, Moschea al Kutubiya, Marrakesh

Nell’immaginario comune occidentale le donne musulmane sono vittime, oppresse e silenziose. In parte ciò è vero, tanto quanto lo è per gran parte delle donne nel mondo, gravate dall’ordine sociale patriarcale, che musulmano o no, concretizza il dominio maschile. Il XXI secolo ha visto esplodere l’islamismo radicale e il terrorismo di matrice islamica, eredità distorta del ricco pensiero politico sviluppatosi nel mondo musulmano nel Novecento.
Le interpretazioni della Sharia che sono strumentali a tali progetti politici, nella teoria e anche nelle sue concrete realizzazioni (le più recenti, l’IS e il regime dei Taleban in Afghanistan), giustificano religiosamente il controllo assoluto sulle donne. E’ evidente che nel mondo musulmano sono in atto importanti trasformazioni socioculturali, e transizioni che richiedono tempi lunghi. La richiesta di democrazia, esplosa nelle cosiddette “Primavere arabe”, ha fatto emergere un abbozzo di società civile cresciuta nonostante i regimi autoritari (che interessano tuti i paesi arabo musulmani). Le rivolte del 2011 hanno mostrato una partecipazione femminile, e anche la protesta egiziana dopo il colpo di stato che ha portato il presidente Morsi agli arresti. La richiesta di cambiamento politico si accompagna al revival religioso che ha interessato i paesi arabi da qualche decennio, portando alle vittorie elettorali dei partiti islamici in Turchia, Egitto, Tunisia e Marocco. Ciò è stato gravido di conseguenze e gli sviluppi sono ancora drammaticamente aperti. La strada di un’ eventuale transizione democratica e di un costituzionalismo che componga le istanze di democrazia, tutela dei diritti umani e laicità in un ambiente politico fortemente influenzato dalla Shari’a quanto dal potere militare e delle potenze straniere, è ancora lunga e incerta.
Sicuramente la reislamizzazione del Nord Africa e del Vicino Oriente non ha condotto solo all’estremismo religioso, che nonostante la sua pericolosità e pervasività in un mondo in gran parte fortemente instabile, è marginale e strumentale a interessi geopolitici ed economici. Il rafforzarsi dei movimenti islamici ha comportato anche una maggiore partecipazione delle donne nei movimenti politici religiosi. Questo ha consentito in alcuni casi di mettere in agenda le questioni di genere (è il caso del movimento marocchino ‘Adl wa al ihsaan), e di una buona presenza femminile nei Parlamenti, proprio all’interno dei partiti religiosi come Al Nahda o il PJD in Marocco. Le società arabe hanno visto negli ultimi anni il fiorire di associazioni anche femminili, di gruppi giovanili e di think tanks femministi e riformisti, che grazie al web costituiscono importanti reti a livello globale. Le studentesse riempiono le facoltà universitarie, soprattutto quelle di studi islamici e di giurisprudenza, sono attive nei partiti e nei movimenti. Questo ha portato conseguenze positive sia sullo sviluppo di una società civile – per quanto difficile lo rendano i regimi autoritari- che di una nuova consapevolezza delle donne che va di pari passo con l’acculturazione e l’emancipazione (attraverso istruzione e lavoro) e il diffondersi di una pratica religiosa basata sulla conoscenza più che sulla tradizione.
Negli ultimi decenni le donne musulmane hanno messo in atto una resistenza nemmeno troppo silenziosa, sia in termini di partecipazione diretta ai movimenti di resistenza armata e non (ad esempio in Palestina, ma anche nei territori curdi) che nell’elaborazione di un pensiero femminile e femminista che contrasta l’oppressione religiosa opponendogli una lettura libertaria dell’islam.
I due aspetti procedono insieme, perché la partecipazione delle donne alla resistenza politica, civile e armata, implica la loro presenza pubblica, che in molti paesi musulmani è ancora da conquistare. La resistenza armata e la partecipazione femminile alla guerra è antica quanto l’Islam e nota da numerose fonti. Le madri dei credenti e le Compagne del Profeta si sono distinte in battaglia e le tradizioni riportano le loro azioni politiche e militari. Nel Novecento le lotte anticoloniali nei paesi arabi diedero un’occasione alle donne di uscire dalle case dopo secoli di isolamento e di impegnarsi nei movimenti e anche direttamente nella resistenza, nel Vicino Oriente come in Nord Africa. Un esempio è quello delle donne algerine, che parteciparono alla guerra contro l’occupazione francese, per poi essere prontamente escluse dal panorama politico post indipendenza. I primi movimenti per i diritti delle donne dichiaratamente femministi si sono sviluppati nei paesi arabi insieme al nazionalismo e all’indipendentismo. In particolare in Egitto, i gruppi femministi laici e religiosi si sono organizzati dagli anni ’80 del XIX secolo, anche se hanno la loro origine nel pensiero e nelle pratiche di intellettuali arabe nei decenni precedenti. Le trasformazioni culturali e sociali avvenute nella prima metà del XX secolo nei paesi arabo musulmani a causa del colonialismo, hanno dato un forte impulso alla partecipazione delle donne ai movimenti per l’indipendenza e il nazionalismo andava di pari passo con l’emancipazionismo.
Le nuove idee – modernismo, nazionalismo e socialismo- affascinavano le donne delle classi medio alte urbane, a lungo confinate nella sfera privata della famiglia, che iniziarono a rivendicare la partecipazione alla vita pubblica attraverso la militanza per la liberazione. Una partecipazione femminile alle lotte anticoloniali e ai movimenti di riforma agraria ci fu anche nelle zone rurali e fu chiaro che le donne avrebbero potuto costituire una nuova forza sociale. Se fossero state ascoltate le loro richieste, questo avrebbe causato una ridistribuzione del potere, in ambito pubblico e privato. Ma, come è accaduto in altri paesi non solo arabi, ottenuta l’indipendenza, non ci fu un seguito concreto dell’attività politica femminile e si cercò piuttosto di minimizzare la portata del contributo dato dalle donne alla liberazione. Se al principio le forze in campo (nazionaliste, musulmane e socialiste-comuniste) non potevano programmare un’ipotesi di potere senza mettere nella loro agenda la mobilitazione delle donne, in seguito le istituzioni degli stati postcoloniali misero sotto controllo il movimento femminista nascente. In Algeria le donne tornarono alla vita domestica. Altrove gli stati nazione di nuova costituzione soffocarono i movimenti femministi, sciogliendo le organizzazioni indipendenti e la loro stampa, e annullando la concessione di alcuni diritti conquistati precedentemente dalle donne. Le associazioni femministe permesse furono quelle dello stato, rigidamente controllate.
E’ senz’altro vero che di fronte all’invadenza politica, economica e culturale dell’Occidente, nel mondo arabo musulmano -colonizzato e post coloniale- la donna è venuta ad incarnare l’ultimo baluardo dell’identità culturale della comunità, la resistenza alla colonizzazione culturale. Ciò che è stato tradotto in un’ampia serie di restrizioni ai diritti ed alle libertà dell’universo femminile, che si trovano ancora oggi in molti dei Codici di famiglia. Le leggi che regolano lo statuto personale nei paesi arabi sono quelle più discriminatorie nei confronti delle donne, e nelle quali è più presente il rimando alle fonti religiose. E’ uno dei fronti su cui si sono impegnate le associazioni femminili, che in qualche caso (ad esempio nella riforma della Mudawwana in Marocco nel 2004) hanno ottenuto parziali ma importanti miglioramenti.
Oggi una delle testimonianze più significative della resistenza delle donne musulmane, che si intreccia inevitabilmente con la lotta di genere, è costituita dal movimento palestinese contro l’occupazione israeliana. La prima Intifada aveva visto una grande partecipazione femminile, ma già dalla seconda fase di insurrezione, la militarizzazione dello scontro aveva fatto sì che questa diminuisse, seppure le militanti arrestate – dimostranti, giornaliste- siano ancora molte. Nei territori occupati le donne sono protagoniste soprattutto di una resistenza non violenta, attraverso manifestazioni, presidi e volontariato sociale. Si espongono personalmente sostituendosi agli uomini per evitarne l’arresto ma spesso vengono incarcerate e subiscono violenze.
C’è un’importante relazione tra genere, identità e nazionalismo nel contesto della partecipazione delle donne palestinesi alla lotta per l’autodeterminazione nazionale. La loro partecipazione rimette in discussione ruoli di genere, equilibri familiari e sociali, e fa emergere la potenzialità delle donne nel riuscire a superare le costruzioni escludenti ed esclusive delle società e della politica. Le donne hanno spesso partecipato alle guerre (degli uomini), e chi scrive considera questo aspetto l’altra faccia della medaglia dell’assoggettamento femminile e un ordine e un progetto patriarcale. Ciò che è rivoluzionario e resistente è, a mio avviso la capacità femminile di imporre un progetto e pratiche differenti. Perciò vorrei soffermarmi sull’azione non violenta e sullo sviluppo del pensiero riformista che a mio avviso è di matrice femminile, perché sostiene un agire politico basato sulla differenza, e che rifiuta la guerra come soluzione ai conflitti. La maggior parte delle donne palestinesi hanno conosciuto la violenza, fisica, psicologica o economica: imposta dagli uomini, dalla famiglia, dalla società e dall’occupazione, soprattutto dalla guerra. A Gaza in particolar modo le donne sono vittime dell’embargo, del blocco delle frontiere, e di incursioni continue. Quando gli uomini sono agli arresti, le donne si occupano della famiglia in una situazione di povertà e disagio anche psicologico. La drammaticità della situazione facilmente fa passare in secondo piano la parità di genere e le donne, quando manca il lavoro e la sicurezza, sono le prime a subire discriminazioni e violenza anche domestica. Attraverso l’attivismo le donne dei villaggi nei territori occupati hanno potuto, come è accaduto altrove, avere un ruolo diverso, attraverso le manifestazioni, il lavoro nelle cooperative femminili, le proteste ai posti di blocco. Una presenza che si impone attraverso la resistenza anche agli uomini, che richiede un diverso rapporto tra i generi. Si tratta di una resistenza all’occupazione ma anche ai condizionamenti culturali, in una società ancora profondamente maschilista. Nei territori occupati i centri educativi, le scuole per la formazione di donne giovani, disabili o vittime di violenza, grazie al sostegno di alcune ONG, cercano di contrastare l’esclusione sociale e la povertà delle donne e dei bambini, che sono i soggetti più deboli. Sono esperienze significative di impegno civile, che in Palestina sono realtà di resistenza, avendo come fine la sopravvivenza della società e di un intero popolo.
Un’azione simbolicamente importante è stata quella delle murabitaat della moschea di al Aqsa a Gerusalemme. Queste donne, di tutte le età, anche molto anziane, hanno presidiato lo scorso anno l’ingresso alla moschea dall’alba alla sera, per proteggerla dall’occupazione dei radicali israeliani durante gli orari di preghiera, semplicemente con la loro presenza fisica. La situazione nella Gerusalemme orientale era divenuta molto difficile dopo la morte violenta di un adolescente palestinese, e i tentativi quotidiani di ebrei israeliani radicali di accedere al luogo di preghiera dei musulmani, rivendicando diritti ebraici sulla moschea, provocavano tensioni crescenti. Ciò che colpisce di questa esperienza è che le murabitaat hanno organizzato il loro presidio – decine di sedie di plastica sul piazzale antistante la Porta dei Maghrebini- in una scuola femminile a cielo aperto. Hanno organizzato e condotto corsi di alfabetizzazione, lezioni per studenti di scuole superiori e universitarie, corsi di Corano e di giurisprudenza. La polizia israeliana ha arrestato alcune di loro, applicando le leggi d’emergenza, e ha impedito alle attiviste l’accesso al luogo sacro. Le storie di queste donne sono state raccolte in un documentario – “Le donne di Al-Aqsa” – della regista palestinese Sawan Qaoud.
Nell’ultimo anno l’espansione del sedicente Stato Islamico di Iraq e Siria ha incontrato la resistenza curda, a cui hanno partecipato le donne come combattenti. Come è accaduto in Palestina (in Cecenia, e altrove) le donne si sono prestate anche ad attacchi suicidi. Nell’ottobre scorso una donna siriana di nome Arin Mirkan è deceduta dopo essersi fatta esplodere presso la città di Kobane, centro della difesa curda, in mezzo a una trentina di presunti militanti dell’ISIS, uccidendoli. La “questione curda” è entrata nel dibattito internazionale, e ha conquistato l’opinione pubblica occidentale sensibile alle fotografie delle donne –giovanissime e sorridenti– che con un kalashnikov sfidano gli uomini neri del sedicente califfato. Pare che circa il 30% della difesa militare curda sia composta da donne, e che anche in passato queste abbiano ricoperto un ruolo fondamentale in campo militare, anche di leadership tra i peshmerga, (i combattenti indipendentisti curdi). Propaganda a parte, le teorie alla base della loro lotta, (www.retekurdistan.it) mostrano un collegamento evidente con il femminismo, poiché è rivolta contro il patriarcato in tutte le sue forme. Nel 2015 la Marcia mondiale delle donne partirà dal Kurdistan turco e in molte piazze d’Italia la giornata mondiale della donna sarà dedicata alle combattenti della regione della Rojava, ora territorio indipendente. Se la partecipazione alla guerra impone agli uomini la presenza delle donne, e permette addirittura loro di assumere il comando, è ragionevole dubitare che possa realizzare la loro liberazione, viste le esperienze precedenti. Le donne musulmane hanno infatti bisogno – più che di uccidere – che si sani il degrado religioso, socioculturale e politico che pervade i paesi in cui vivono, e di riprendere la parola che gli è stata negata. Silenziose, passive, vittime per definizione, sono infatti imprigionate in una rappresentazione che le rende inabili alla parola nel migliore dei casi, quando non è lor impedito di di essere soggetti pensanti, invece che oggetti di una costruzione maschile della società. Questa costruzione è poi strumentale alla legittimazione dell’imperialismo, come fu per le “guerre umanitarie” post 11/09. Un esempio è l’utilizzo dell’icona del burqa delle donne afghane nella propaganda a favore della guerra nel 2001. Il paternalismo occidentale e il patriarcato locale sono due facce della stessa oppressione che schiaccia le donne musulmane. Le lotte che affrontano oggi le donne nei paesi arabi non sono solo quelle contro i regimi autoritari, contro le guerre imperialiste e civili, contro la violenza dei gruppi terroristici e fondamentalisti. Essere donna presenta grandi difficoltà all’interno delle comunità musulmane, nelle case, nella coppia, e dentro di sé. L’identità femminile musulmana che va delineandosi oggi, tra le giovani donne arabe ma anche iraniane, afghane, indonesiane, quanto tra le musulmane occidentali, è molto complessa. Il femminismo islamico, figlio del revival religioso degli anni ‘80 del secolo scorso, è ormai un movimento globale, che scuote le coscienze, interroga e confligge con ogni tipo di retorica islamista o neocolonialista che sia. E la sua eterogeneità rispecchia quella del mondo musulmano.
E’ questa la chiave per la resistenza – e la liberazione- delle donne musulmane? La forza di un discorso religioso che fonda sul Corano la libertà di tutti gli individui e l’equità di genere è enorme, e molto efficace perché utilizza gli stessi strumenti –potentissimi- che il patriarcato ha usato per controllare le donne. Riappropriarsi della religione e dei suoi testi per elaborare un pensiero che restituisca alle donne la dignità negata e ridisegni il rapporto uomo donna in termini di fratellanza e non di dominio, è rivoluzionario nel mondo islamico e non solo. La dignità delle donne, l’equità di genere, la giustizia sociale, esigono profondi cambiamenti politici. Democrazia e pluralismo, stati laici, democratici e pluralisti, perché i diritti delle donne – che sono diritti degli umani- oggi possano realizzarsi. L’identità femminile musulmana contemporanea, è stretta tra il potere patriarcale e le esigenze delle politiche di potenza internazionali che vogliono disegnarla e costruirvi le proprie retoriche. Dobbiamo quindi tenere conto dei tanti fronti di resistenza di queste donne, nell’accostarci a questo pensiero femminista poco noto e anche guardato con sospetto da gran parte del femminismo laico occidentale. Il motivo dell’incomprensione, che sfocia a volte in aperta ostilità, è –oltre al fondamento religioso- la diversa concezione del corpo e della sessualità. Laddove diversa, in un’ottica etnocentrica che ancora caratterizza l’occidente, significa non altrettanto legittima e riconosciuta. Il simbolo di questa alterità è sempre il velo, che continua ad essere letto come simbolo di oppressione, ignorando come invece sia divenuto da tempo uno strumento di rivendicazione identitaria, e di lotta anche femminista. Se lo svelarsi all’inizio del Novecento fu per le donne arabe un gesto di ribellione alla loro segregazione, ora al contrario in molti contesti è una consapevole scelta religiosa e politica. Sottrarre il corpo allo sguardo maschile, riempire lo spazio pubblico, rivendicare la propria indipendenza culturale. Sono i tanti significati del velo delle giovani donne arabe e non, che resistono ai tanti condizionamenti a cui sono sottoposte. Sul corpo delle donne si è sempre misurato il potere maschile. Velarsi oggi per le musulmane intellettuali e femministe – come svelarsi in altri tempi e in altri contesti – significa riappropriarsi del proprio corpo, e sfidare la visione stereotipata della femminilità musulmana, la retorica della donna da proteggere. E’ una sfida che diventa resistenza, oppone alla violenza il pensiero, alla guerra -che uccide, da qualsiasi parte la si combatta – la dignità dell’essere umano libero.
È solo un pezzo di stoffa/Scuote il mondo/modella una civiltà/Una civiltà fraintesa/ È una gabbia, dice l’ignorante / È oppressione, fa eco l’incolto / Il velo è il mio corpo / Il velo è anche la mia mente / Il velo definisce la mia identità culturale / Il velo è quello che sono / I vostri insulti e le istruzioni /di strapparlo dalla testa / Sono uno stupro del mio corpo / Un’invasione della mia terra / È solo un pezzo di stoffa / Ma dopo la Palestina, l’Iraq, l’Afghanistan, le Molucche, il Kosovo / Questo è tutto quello che ho.
(Nor Faridah Abdul Manaf , The veil, my body, in: Voices of Resistance: Muslim
Women on War, Faith & Sexuality, Seal Press 2006)

L’articolo è stato pubblicato sulla rivista Confronti

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