Musulmane italiane, e anche velate. Perché sì.

veiled women

Secondo il  “Pew Reseach Center” (2017), un autorevole istituto statunitense, in Europa i musulmani sono circa 25,7 milioni: il 4,9% della popolazione. In Italia sono il 4,8% della popolazione. I musulmani che vivono nel nostro paese-circa 2,8 milioni –sono prevalentemente immigrati da Marocco,Tunisia, Egitto, Pakistan e Bangladesh, ma una parte considerevole di questi ha la cittadinanza italiana. Molti giovani e minori sono nati in Italia o vi sono cresciuti e vi hanno compiuto gli studi. Non è incluso nel conteggio, poiché non vi sono ricerche specifiche a riguardo, il numero dei musulmani italiani autoctoni, i cosiddetti – in modo erroneo quanto sgradevole- “convertiti”. Pare siano circa centomila unità (Cesnur), ma non vi sono dati certi. Si tratta comunque di piccoli numeri, inferiori alla media europea, che non giustificano l’allarme mediatico e i discorsi relativi all’ “invasione islamica” che hanno caratterizzato il dibattito negli ultimi anni. È certo che non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa la percezione della presenza islamica è di gran lunga maggiore della realtà, secondo gli studi addirittura del 20%, e valutata negativamente dagli europei, che sono -dicono i sondaggi- diffidenti nei confronti dell’Islam, seppure la percentuale di tolleranza dichiarata negli studi statistici  varia da stato a stato.  L’Islam è attualmente la religione più diffusa nel mondo ed è in crescita, ma anche in questo caso non bisogna sovrastimare i dati. Il Pew Research Center nella ricerca “The Future of World Religions”, ha analizzato gli attuali trend demografici e migratori e ha immaginato come saranno le nostre società nel lontano 2050. La religione musulmana è quella che cresce più velocemente, ma secondo questi trend quella cristiana rimarrà comunque la più diffusa in Europa e non ci sarà un’”Eurabia” nel prossimo secolo. Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, si prevede che i musulmani passeranno dal 3,7 per cento del 2010 al 9,5 del 2050, una cifra che potrebbe però scendere anche al 7,2 se l’immigrazione dai Paesi arabi dovesse diminuire. Nel resto  d’ Europa vi sarà  sempre una quota di musulmani superiore alla nostra. Nonostante i numeri inferiori della presenza in Italia, sono proprio gli italiani a soffrirne di più. Il nostro paese, sempre secondo le ricerche compiute da istituti accreditati, resta il più razzista e antislamico/antisemita del vecchio continente. La ricerca condotta dal già citato istituto americano nell’agosto del 2017, riporta che l’Italia è il paese in assoluto più ostile all’ immigrazione. Per quanto riguarda i rapporti con l’Islam, è secondo solo alla Finlandia. Sono soprattutto gli italiani cristiani praticanti, secondo la ricerca- che tiene distinte le appartenenze religiose degli intervistati- a ritenere l’Islam incompatibile con la cultura e i valori nazionali.

Con queste premesse e considerando la lenta ma continua crescita della comunità musulmana nella nostra nazione, è evidente che sia importante e necessario tenere aperto un dibattito sull’Islam e con le comunità islamiche e favorire la conoscenza del mondo teologico e sociologico musulmano nel paese, per evitare che una situazione già difficile diventi critica, con immaginabili conseguenze sull’integrazione dei cittadini musulmani e la coesione sociale generale.È una necessità dettata dall’opportunità di dover costruire una sana convivenza civile con chi aderisce a questa confessione la quale, è con il cristianesimo, la più diffusa nel mondo e costantemente in crescita.

Tra i tanti temi che emergono nel dibattito sull’Islam in Italia-macellazione rituale, moschee e feste religiose- uno dei temi di strettissima attualità più legato alla percezione che a questioni reali, riguarda le donne musulmane. Si tratta di un tema che spesso viene affrontato nei media con superficialità e in modo stereotipato, creando una categoria a parte di donne che viene indagata solo attraverso la religione. È evidente che le donne musulmane in Italia conducono una vita simile a tutte le altre donne di ogni-o nessuna- confessione, e affrontano le stesse realtà, di lavoro, familiari e sociali.  Eppure la caratteristica che viene loro attribuita è l’appartenenza religiosa quale fosse l’unica dimensione vissuta da queste donne. Se è vero che l’Islam è uno stile di vita, una religione caratterizzata da prassi precise e da una quotidianità scandita da pratiche e comportamenti, è anche vero che ciò non esaurisce la vita delle donne musulmane, che hanno anche altre appartenenze. Le donne italiane autoctone hanno una cultura occidentale che resta in buona parte intatta anche dopo l’adesione all’Islam e che non viene considerata quasi mai, quasi fossero obliate in un universo islamico monocolore, del tutto inesistente se non nella mente di giornalisti e politici. Non è facile la vita per le donne “convertite”, bruttissimo termine che andrebbe del tutto dismesso, in quanto ci si converte e poi si diventa musulmani. Italia è ugualmente complicata la vita di chi sceglie di aderire ad una religione avvertita come distante e in antitesi con i valori occidentali, tanto che spesso le nuove musulmane vengono accusate di tradimento della patria, della loro famiglia e della loro storia, e subiscono isolamento, almeno per i primi anni, se non hanno un loro nucleo familiare islamico. Le donne velate in particolare subiscono in Italia le conseguenze di un clima ostile e diffidente nei confronti dell’islam, che esse testimoniano attraverso l’abbigliamento pudico richiesto dalla religione, incluso il foulard. Per questo sono le più colpite da discriminazioni che a volte per una donna si presentano multiple: legate al genere, alla provenienza geografica e al colore della pelle se immigrate, oltre che alla religione. Si tratta di una situazione complessa, poiché riguarda la libertà di scelta delle donne-la maggior parte delle donne in Italia indossa il velo per scelta- e la conoscenza di questo simbolo religioso che viene letto generalmente come un atto di sottomissione al maschio e quindi rifiutato in quanto parte di una religione che viene considerata a priori misogina e violenta. Eppure le donne musulmane non interpretano così il loro velo, anche se questo simbolo viene attraversato da significati diversi: identitari, politici oltre che di devozione e pudore. Molte, seppure praticanti, non lo indossano, in base ad un personale percorso di fede o semplicemente per avere più facilmente accesso al lavoro. Le donne europee che entrano nell’ Islam,  sono spesso velate, in quanto hanno un approccio alla religione che privilegia i testi, e lo studio dei precetti, non essendo cresciute in un contesto culturale islamico, dovendo affrontare un percorso di preparazione alla pratica religiosa piuttosto impegnativo, per aderire ad una fede che richiede un’ortoprassi. L’adesione alla nuova religione e l’ingresso nella Umma, la comunità musulmana, è molto semplice: è sufficiente pronunciare la Shahādah, la testimonianza di fede in Dio unico e nel messaggio del suo ultimo Profeta Muhammad, davanti ad uno o più testimoni. A questo segue la pratica religiosa ed il comportamento sociale, che prevede alcuni cambiamenti nella vita delle donne europee. In parte sono questioni pratiche, come l’alimentazione e l’abbigliamento più sobrio e coprente, la preghiera quotidiana. Spesso si deve cambiare lavoro, perché non compatibile con la pratica religiosa. Ma implicano anche difficoltà di rapporti con colleghi, amici, e soprattutto con le famiglie d’origine non musulmane, che raramente accettano la scelta.  Come indica la ricerca citata del Pew Researche Center, il nostro paese è il più cattolico e più praticante del resto d’Europa e sono proprio i cristiani praticanti italiani a nutrire un più forte sentimento anti islamico. La maggior parte delle donne italiane che aderiscono all’Islam vivono forti conflitti nel loro entourage e vengono allontanate dalla famiglia d’origine, soprattutto se testimoniano in modo visibile la loro scelta ovvero se adottano il dress code islamico, anche senza arrivare al velo integrale, che resta una scelta poco praticata. È importante sottolineare che le musulmane italiane velate indossano perlopiù il foulard che copre i capelli e il collo, e una parte davvero minima indossa il Niqāb, la copertura del volto, anche se è questa l’immagine con cui vengono più rappresentate dai media le musulmane. Un piccolo numero di munaqqabāt c’è anche in Italia, poche decine di donne tra cui italiane autoctone e altre migranti, che purtroppo subiscono pesanti conseguenze per questa loro scelta e vivono quasi isolate socialmente, al punto che molte ad un certo punto emigrano all’estero, verso paesi a maggioranza musulmana o in  paesi europei più tolleranti come l’Inghilterra, dove, come raccontano molte musulmane emigratevi dall’Italia “ è possibile studiare, lavorare ed avere una vita normale anche con il velo, persino con il niqāb”. Una realtà molto lontana dall’Italia, dove le donne velate denunciano continuamente sui social aggressioni verbali e talvolta anche fisiche di carattere islamofobo. Nonostante questi aspetti, molte donne di fede musulmana sono ben integrate nel sistema sociale italiano, e affrontano quotidianamente un lavoro di dialogo e di convivenza positiva. Molte sono le associazioni femminili dove le autoctone sono attive, anche per i diritti e l’antidiscriminazione. Oltre alle difficoltà quotidiane, vi sono pesanti discriminazioni nell’accesso al lavoro, soprattutto per le professioni qualificate e a contatto con il pubblico. Spesso le giovani preferiscono togliere il velo per esercitare questo tipo di professioni –insegnanti, impiegate- oppure scelgono di rinunciare ad una professione adeguata alla loro preparazione. Non si tratta di una situazione facile, e nonostante ciò sono in crescita anche in Italia le donne che aderiscono all’Islam, come nel resto d’Europa. Spesso nelle moschee si assiste alla dichiarazione di fede di una nuova “sorella” che di solito ha già fatto un percorso personale di conoscenza della religione e di pratica, spesso anche per qualche anno. Sono donne provenienti da tutte le classi sociali, prevalentemente con un livello di istruzione medio alto, alcune con un marito o un fidanzato musulmano, molte singole o divorziate con figli. Sono sposate con musulmani e hanno fatto un percorso di avvicinamento tramite il marito, oppure donne che hanno intrapreso il percorso da sole. Queste ultime arrivano all’Islam dopo una lunga ricerca di senso nella loro vita, a volte passando attraverso  altre esperienze religiose, e arrivano all’Islam tramite amici o colleghi musulmani, un viaggio all’estero o lo studio universitario della lingua e della cultura islamica. Sono donne determinate a cambiare la loro vita, e spesso- non sempre- cambiano anche il loro nome per segnare definitamente questo passaggio che le rende parte della Umma, la grande famiglia transnazionale dei credenti. Affrontano grandi difficoltà, che abbiamo in parte nominato, perché – dicono- trovano nell’Islam un diretto rapporto con Dio, una verità teologica –la questione della Trinità rispetto al Dio unico islamico è fondamentale per le ex cattoliche-, e un senso di giustizia – soprattutto per una questione attinente al genere- che vale la pena di indagare. Vi è infatti un paradosso tra la percezione che in Occidente si ha dell’Islam come religione sessista e oppressiva nei confronti delle donne, e le affermazioni delle musulmane che ritengono di aver trovato una dimensione di maggior rispetto e considerazione della donne nella loro nuova religione. La condizione della donna nell’Islam dei testi, e nella prima storia islamica è di forte impatto per coloro che cercano un’alternativa alla mercificazione del corpo delle donne in Occidente, e al tempo stesso rivendicano i diritti delle donne come persone, e nella società. Proprio perché le donne “ritornate” all’Islam hanno un necessario approccio alla religione attraverso lo studio-devono ovviare alla mancanza di formazione religiosa infantile ma anche alle lacune del contesto culturale educante- hanno ben presente lo status positivo delle donne all’inizio dell’era islamica e i precetti a loro riguardo, che hanno portato un considerevole miglioramento della condizione femminile rispetto all’era preislamica. Nonostante ciò, vivendo in Europa ed avendo una cultura occidentale, è impossibile non soffrire del divario tra la teoria dell’Islam e la situazione attuale delle donne nelle comunità musulmane, e spesso soffrono sia del rifiuto della società che di una diffusa mentalità maschilista nelle comunità, che tiene le donne al margine. Le musulmane europee, spesso entrate nell’Islam con una formazione teorica che poco si ritrova nella realtà delle comunità immigrate, soffrono delle incoerenze dei musulmani, che provengono da paesi dove è accentuata una cultura sessista e viene spesso giustificata con la religione. Una delle intervistate di questo libro si definisce femminista islamica, dichiara una scelta sempre più diffusa tra le “ritornate” che contrappongono al maschilismo di certi musulmani il Corano e la Sunna profetica riletta con un’ottica di genere. Il femminismo islamico, figlio del revival religioso degli anni ‘80 del secolo scorso, è ormai un movimento globale, che scuote le coscienze, interroga e confligge con ogni tipo di retorica islamista o neocolonialista che sia. E la sua eterogeneità rispecchia quella del mondo musulmano. Si diffonde sul Web e vi aderiscono soprattutto donne colte, in Occidente le cosiddette “convertite” che conoscono le lotte femministe dei loro paesi, e non hanno le  resistenze culturali dovute al passato coloniale.

Nonostante ciò si trovano strette tra due fuochi, uno interno e uno esterno. Il femminismo occidentale, come leggiamo dalla testimonianza, in generale non riconosce quello islamico. L’appartenenza religiosa pare un ostacolo insormontabile per un dialogo e una collaborazione tra le femministe. Il pregiudizio lo stereotipo fortissimo fa il resto. Silenziose, passive, e vittime per definizione, le donne musulmane nel nostro paese e in tutta Europa sono imprigionate in una rappresentazione che le rende inabili alla parola nel migliore dei casi, quando non è lor impedito di essere soggetti pensanti, invece che oggetti di una costruzione maschile della società. Non dimentichiamo l’affaire burkini in Francia del 2016, e il ridicolo dibattito suscitato anche nel nostro paese, in cui nemmeno le femministe presero le difese della libertà di scelta delle donne in costume integrale, che, per inciso, anche in Italia non possono concretamente frequentare le piscine, seppure non si legifera a riguardo. Il paternalismo occidentale e il patriarcato locale sono due facce della stessa oppressione che schiaccia le donne musulmane. Essere donna presenta grandi difficoltà all’interno delle comunità musulmane, nelle case, nella coppia, e dentro di sé. L’identità femminile musulmana che va delineandosi oggi, tra le giovani donne arabe ma anche iraniane, afghane, indonesiane, quanto tra le musulmane occidentali, è molto complessa.

Potrebbe essere il gender jihad-il femminismo musulmano- la chiave per la resistenza – e la liberazione- delle donne musulmane da tutti questi vincoli? La forza di un discorso religioso che fonda sul Corano la libertà di tutti gli individui e l’equità di genere è enorme, e molto efficace perché utilizza la religione e i suoi testi per elaborare un pensiero che restituisca alle donne la dignità negata e ridisegni il rapporto tra uomo e donna in termini di fratellanza e non di dominio. La dignità delle donne, l’equità di genere, la giustizia sociale, esigono profondi cambiamenti politici, e senz’altro stati laici e democratici ma non laicisti, come  la Francia, che è solita cadere in una sorta di isteria quando si tratta di Islam, e in cui si è riacceso recentemente l’ennesimo dibattito sul velo. Pluralismo e rispetto delle minoranze religiose sono indispensabili perché i diritti di tutte le donne – che sono diritti umani- oggi possano realizzarsi. L’identità femminile musulmana contemporanea è stretta tra il potere patriarcale e le esigenze delle politiche di potenza internazionali che vogliono disegnarla e costruirvi le proprie retoriche. Dobbiamo quindi tenere conto dei tanti fronti di resistenza di queste donne, nell’accostarci a questi i percorsi di vita che sembrano così lontani e  vengono talvolta guardati con sospetto, soprattutto negli ultimi anni, quando tutto si è complicato con il terrorismo  internazionale. Sono tanti i motivi delle incomprensioni,  e della diffidenza. Oltre alla pratica religiosa, alle vicende internazionali e alla propaganda islamofoba di buona parte dei media,  le donne presentano una diversa concezione del corpo e della sessualità. Laddove diversa, in un’ottica etnocentrica che ancora caratterizza l’Occidente, significa non altrettanto legittima e riconosciuta. Il simbolo di questa alterità è sempre il velo-ormai un vero feticcio per gli europei-che continua ad essere letto esclusivamente come simbolo di oppressione, ignorando come invece sia divenuto da tempo in molti luoghi uno strumento di rivendicazione identitaria, e di lotta, anche femminista. Bisogna saper affrontare la complessità di questa pratica e saper distinguere i percorsi delle donne rispetto ad essa. Se lo svelarsi all’inizio del Novecento fu per le donne arabe un gesto di ribellione alla loro segregazione- e lo è ancora laddove il velo è  imposto, come in Iran e in Arabia Saudita-  ora al contrario in molti contesti è una consapevole scelta religiosa e politica. Sottrarre il corpo allo sguardo maschile, riempire lo spazio pubblico, rivendicare la propria indipendenza culturale. Sono i tanti significati del velo delle giovani donne arabe e non, che resistono ai tanti condizionamenti a cui sono sottoposte. Sul corpo delle donne si è sempre misurato il potere maschile. Velarsi oggi per le musulmane intellettuali e femministe – come svelarsi in altri tempi e in altri contesti – significa riappropriarsi del proprio corpo, e sfidare la visione stereotipata della femminilità musulmana, la retorica della donna da proteggere. E’ una sfida che diventa resistenza, oppone alla violenza il pensiero. Alla guerra -che uccide, da qualsiasi parte la si combatta – la dignità dell’essere umano libero.

È solo un pezzo di stoffa

Scuote il mondo

modella una civiltà

Una civiltà fraintesa

 È una gabbia, dice l’ignorante

 È oppressione, fa eco l’incolto

 Il velo è il mio corpo

 Il velo è anche la mia mente

 Il velo definisce la mia identità culturale

 Il velo è quello che sono

 I vostri insulti e le istruzioni

di strapparlo dalla testa

 Sono uno stupro del mio corpo

 Un’invasione della mia terra

 È solo un pezzo di stoffa

 Ma dopo la Palestina, l’Iraq, l’Afghanistan, le Molucche, il Kosovo

 Questo è tutto quello che ho.

(Nor Faridah Abdul Manaf , The veil, my body)[1]

[1] Nor Faridah Abdul Manaf , The veil, my body, in: Voices of Resistance: Muslim Women on War, Faith & Sexuality, Seal Press 2006

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